Non potete capire cosa vuol dire per un come me andare a vedere Audition al cinema.

Audition uscì nel 1999, io ero un giovane universitario – e apprendista giornalista e critico – appassionato di cinema orientale che quasi ogni settimana andava religiosamente a piazza Vittorio (per chi non lo sapesse quartiere etnico di Roma a prevalenza asiatica), da zio Cheng per la precisione, che aveva un negozietto in cui vendeva dvd o VCD orientali, in lingua originale, al massimo (questo valeva per i VCD) con sottotitoli in inglese/cantonese e mandarino, impressi a fuoco sulla pellicola sulla cui qualità, che te lo dico a fare, meglio scendere un velo penoso.

Internet era agli inizi, eMule galoppava forte ma era più il richio di scaricare porno che altro, l’import costava quando un matrimonio al sud.

Le notizie arrivavano frammentate, quasi voci di corridoio, su Audition si diceva che era un film malato e disturbante, che aveva provocato svenimenti in sala, che era adorato da Tarantino e Scorsese, un film “maledetto” che andava visto a tutti i costi.

Quando riuscii ad accaparrarmi una copia in dvd e la visionai non rimasi certo deluso. Disturbante? Ah, si! Malsano? Sicuramente! Onirico? Anche! A suo modo poetico? Cavolo, si!

E arriviamo all’oggi, al me stesso di oggi che paga il biglietto e va al cinema per vedere Audition restaurato su grande schermo doppiato in italiano (grazie alla Wanted Cinema)!

Il rischio era ritrovare un film depotenziato, ormai sorpassato da tutto quello che uno spettatore medio è abituato a vedere. Ma il rischio è scongiurato.

Il film non ha perso un grammo della sua potenza, ferocia e forza evocativa.

Nel raccontare la storia di quest’uomo mite, Aoyama, vedovo da sette anni con figlio adolescente, che decide di trovare la donna da sposare mettendo in scena una finta audizione, Miike attua un vero e proprio sabotaggio, una decostruzione dello stesso film, che parte come un dramma romantico e famigliare e deflagra in un attacco ai sensi dello spettatore, sempre più coinvolto, confuso, senza punti di riferimento.

Parlando di questa “ricerca” Miike parla del ruolo della donna in Giappone: perchè questa futura moglie deve essere gentile, premurosa, appassionata, dedita, un angelo del focolare fatto e finito, una geisha, ma come la intende la mentalità maschile gaijin.

“Che volgarità. Il Giappone è finito”, commenta il collega di Aoyama nel vedere un gruppo di donne ridere in un locale, perchè il posto della donna è a casa, a disposizione del marito, in un ruolo sottomesso ad esaudire i desideri dell’uomo, a parlare solo se interrogata. Si, come no…

Durante l’audizione Aoyama si imbatte in Asami Yamasaki, una giovane donna che risponde alle caratteristiche cercate: dolce, intelligente, di poche parole, misteriosa. Quando dopo un week end romantico la ragazza sparisce, Aoyama partirà alla sua ricerca.

Non racconto altro perchè il film è tutto da scoprire, e se lo vedete per la prima volte non mancheranno le sorprese.

Una menziona va tutta alla magnetica interpretazione di Eihi Shiina nel ruolo di Asami Yamazaki, attrice per caso e modella, capace di trasmettere tutta la dolcezza, la vulnerabilità e la follia di una ragazza disturbata che in fondo chiede solo di essere amata (alla sua maniera).

Correte in sala, il film è in programma ancora il 24 e il 25 gennaio. Non perdetelo.

Ah comunque, tanto per tornare ai “bei vecchi tempi andati”: nel 2000 uscì poi Battle Royale, anche questo film discusso etc etc… inutile dire che anche per il capolavoro di Kinji Fukasaku partì la caccia alla pellicola maledetta, e anche Battle Royale abbiamo potuto gustarcelo recentemente su grande schermo…

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Giornalista, sceneggiatore, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore de laragazzapreferita.it e di romastorie.it. La sua vocazione è raccontare storie improbabili di ingenui e sognatori. Ha un sacco di amici immaginari...

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