Mostre. Josè D’Apice, di ombra e di luce

Josè D'ApiceLa Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture ha inaugurato giovedì 14 maggio 2015 – fino al 6 Giugno – al Museo “Venanzo Crocetti” di Roma la mostra “Josè D’Apice – di ombra e di luce” a cura di Francesco Poli.

L’evento, ideato e organizzato dalla Fondazione Malvina Menegaz e promosso da 29 Arts In Progress, rientra nel percorso che da oltre dieci anni la stessa Fondazione, con sede a Castelbasso, porta avanti sia in Italia che all’estero nell’ambito della promozione dei linguaggi artistici, sulla base di una progettualità che da sempre coniuga l’attenzione alle finalità divulgative con la ricerca e la selezione delle più significative espressioni dello scenario contemporaneo. Nella mostra saranno presentati i lavori inediti di José D’Apice, un artista che non ricorre mai alla lusinga della fascinazione fine a se stessa, e che non affida il significato delle sue opere ad una ineffabile e alquanto indistinguibile creazione artistica.

Scrive Francesco Poli nel catalogo: “D’Apice è un inquietante e problematico esploratore dell’immaginario, che ha dato vita nel tempo a un mondo fantastico carico di implicazioni criptiche e di vasti e articolati riferimenti culturali artistici, letterari, filosofici, scientifici, antropologici, e molto altro. E lo ha fatto mettendo in atto modalità compositive basate su procedimenti sempre spiazzanti in chiave di combinazione, fusione e trasformazione metamorfica degli elementi grafici figurativi e di quelli concretamente oggettuali”.

Un prezioso contributo al catalogo ha dato il Maestro Pupi Avati che all’inizio del suo testo scrive: “Nella cultura contadina quell’intrico sontuoso di immagini immotivate, che ci raggiunge prima del sonno, nel dormiveglia, veniva chiamata la nostalgia dei defunti. Volti di persone ignote, e altrettanto ignoti scorci di città, palazzi misteriosi, cupi sprofondi, macchinari enigmatici, montagne invalicabili, labirinti, crittogrammi, fossili, faldoni di biblioteche..”.
“…per D’Apice dipingere è addentrarsi nell’ignoto”, scrive ancora Pupi Avati. “Mi piace insomma pensare che tutto quello che José D’Apice dipinge gli sia preesistente. Giaccia in quell’archivio segreto delle immagini inesplicabili, interdetto ai non iniziati”.

Si può affermare che in queste riflessioni si cela la ricerca poetica racchiusa nelle opere di D’Apice. Un artista unico, nel suo genere, nel panorama dell’arte contemporanea italiana, che ha dato vita, lungo tutti questi anni, ad un’iconografia in cui si mescolano raffinatezza compositiva e citazioni colte, prendendo a prestito ogni volta quegli scarti che la nostra società, assetata di continue novità, esclude o ignora. E che nelle mani di José D’Apice diventano Arte.

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