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OLIMPIADI: anniversari di Roma 1960

L’approssimarsi dei Giochi olimpici, che Roma si preparava ad ospitare dal 25 agosto del 1960, avrebbe senza dubbio trasferito sul terreno sportivo la battaglia politica, di quel periodo. Gli Usa avevano dominato lo sport nel decennio che si era appena chiuso, ma l’URSS era un paese in forte crescita economica e tecnologica, come dimostrava una chiara supremazia nella corsa allo spazio raggiunta con la missione Sputnik, la cui eco non si era ancora spenta. Anche per questo le XVII Olimpiadi moderne rappresentavano il palcoscenico più ambito, un palcoscenico che grazie alla nuova tecnologia del satellite, non avrebbe più conosciuto limiti spazio-temporali. Si trattava quindi di un’occasione unica per rimarcare una supremazia sportiva che, in ambito ancora (per poco) dilettantistico, prometteva di tradursi in vantaggio morale e sociale.

Per questo motivo nessun dettaglio poteva essere lasciato al caso, ogni mossa andava soppesata, ciascun singolo dettaglio passato al vaglio. Quale vetrina migliore se non la cerimonia d’apertura, con tutte le televisioni e le autorità schierate? E’ in questa ottica che va letta la scelta del comitato olimpico statunitense di affidare al decatleta nero Rafer Johnson, per altro atleta di altissimo livello e primatista del mondo, il ruolo di portabandiera. Per una grande nazione afflitta ancora pesantemente dal morbo razzista, si trattava di un segnale di grande impatto mediatico. Per Johnson, che della cittadina californiana di Kingsburg, dov’era cresciuto, ricordava bene lo scuola-bus con i posti per i neri relegati in fondo, il senso di quella scelta stava a metà tra l’orgoglio patriottico e un sano disincanto.

Da parte loro i sovietici, che dovevano scrollarsi di dosso l’etichetta che li voleva tetri e grigi e le loro atlete decisamente mascoline, fecero sfilare un drappello femminile che molti commentatori definirono “degno di una sfilata di Ives Saint Laurent”. Per la cronaca, entrambi i leader delle due superpotenze il giorno precedente avevano fatto giungere a tutti i partecipanti “i migliori auguri di pace e crescita negli scambi tra i popoli”.

Cinquanta anni fa la Cina era ancora lungi dal dominare l’economia e lo sport come oggi; anzi, a Roma non era nemmeno presente, anche se il CIO aveva accolto i suoi “desiderata” imponendo alla Repubblica della Cina di Chiang Kaishek di partecipare sotto le insegne di Formosa. Taipei non la prese bene e un funzionario della delegazione, passando sotto la tribuna dell’Olimpico quel pomeriggio del 25 agosto, mostrò ad un interdetto Avery Brundage, potente capo della famiglia olimpica, un inequivocabile cartello con la scritta UNDER PROTEST.

Ma in fondo si trattava pur sempre di un piccolo incidente di percorso, subito dimenticato di fronte alla rappresentativa delle due Germanie che sfilava unita sotto una sola bandiera con al centro i 5 cerchi. Potenza dello spirito olimpico, sussurrò Brundage all’orecchio di un esterrefatto Gronchi. Poco importa che poi, di fatto, gli atleti dell’est e dell’ovest occupassero blocchi distinti all’interno del villaggio olimpico e che le divisioni, ricompattate alla bell’e meglio agli occhi del mondo, si fossero ripresentate alla prima occasione, quando la tuffatrice di Dresda Ingrid Kramer tolse alle americane due medaglie da anni ormai nei preventivi contabili a stelle e strisce, quella del trampolino da 3 mt. e quella dalla piattaforma.

Per il quotidiano dell’est “Neues Deutschland” non c’era alcun dubbio che le vittorie della Kramer, fossero da attribuire alla “vita gioiosa nel socialismo della Repubblica democratica tedesca”. Peccato che proprio in quei giorni, con la chiusura dei varchi di transito, il governo della DDR aveva di fatto isolato Berlino ovest dal resto del mondo. Erano le prove generali per la costruzione del Muro che sarebbe avvenuta pochi mesi dopo.

Per l’Italia le Olimpiadi di Roma, raggiunte al terzo tentativo dopo le mancate edizioni del 1908 (causa eruzione del Vesuvio) e del 1944 (non si tennero), rappresentavano l’occasione per agganciare una ripresa difficile dopo una faticosa ricostruzione, ma sostenuta da una grande speranza.

Alla fine di questa avventura il terzo posto nel medagliere dietro Unione sovietica e Stati Uniti darà l’inizio alle grandi carriere sportive di Benvenuti, Berruti, Pizzo e D’Inzeo.

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